2 AGOSTO 1980: LA STRAGE DI BOLOGNA E QUELL’EDITORIALE FIRMATO IN PRIMA PAGINA DA UN ASPIRANTE GIORNALISTA


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2 agosto 1980. Era un sabato. Un caldissimo sabato. Un sabato da “esodo”, nel senso che milioni di italiani erano in viaggio verso le località di vacanza, come accadeva (e accade) ad ogni inizio di agosto. In tivù scorrevano le solite scene: lunghe file ai caselli autostradali, estenuanti ingorghi sulle principali vie di comunicazione, quel senso diffuso di serenità che prende la gente all’inizio di agosto. Ma in quel 2 agosto del 1980, quarant’anni fa, “una fiammata, un boato. Sono bastati pochi secondi: decine e decine di vite umane spezzate, centinaia di persone ferite, un Paese nuovamente piombato nel vortice dello sgomento, dello sconforto, della rabbia”.

Iniziava proprio così l’editoriale che – giovanissimo redattore al settimanale “La nostra Domenica” di Bergamo – mi trovai a   scrivere a commento della strage neofascista  avvenuta alla Stazione ferroviaria di Bologna, in quel torrido 2 agosto del 1980. Tutti, in redazione, erano in ferie. Ero l’unico ad essere rimasto in servizio, essendo il più giovane e l’ultimissimo arrivato. Ricordo la telefonata del direttore del settimanale, Lino Lazzari, in vacanza in Abruzzo, il quale mi invitava a cambiare l’impostazione del giornale, ormai pronto per la stampa. Liberare due pagine e dare spazio alle notizie sull’azione terroristica avvenuta nel capoluogo emiliano romagnolo. E, soprattutto, mi chiese di scrivere una colonna di editoriale, l’articolo più importante, da collocare in prima pagina, accanto all’immagine fotografica della Stazione squassata dalla furia dell’esplosione della bomba. Il testo doveva essere un pensiero, una riflessione, che non dovevano necessariamente entrare nei dettagli della cronaca, ma suggerire un’idea di dolore individuale e collettivo, un desiderio di speranza da opporre alla disperazione. Sì, quasi una sorta di preghiera laica, una possibile ed immediata forma di reazione in quelle giornate di terrore. Insomma, Lazzari voleva mettermi alla prova. Verificare sul campo le abilità professionali di un ragazzo che voleva diventare giornalista professionista.

    Oggi, nel ricordo di quel tragico 2 agosto del 1980, sono andato a rileggere quel mio editoriale (titolo: “La sfida assurda”) scritto in età giovanile: indimenticabile proprio perché il primo; indimenticabile proprio perché legato ad una pagina drammatica della nostra storia. Ricordo che il direttore Lazzari, dopo averlo letto, stampato sulla prima pagina del settimanale ricevuta via fax, ebbe bellissime parole nei miei confronti. E arrivarono pure le “lettere dei lettori” che sottolineavano il senso e il significato del mio pensiero. Quando mi capita, ripropongo e analizzo questo editoriale nei corsi di formazione per la scrittura creativa o negli incontri con aspiranti giornalisti. Il testo riflette gli stati d’animo, l’atmosfera. i sentimenti e le “insidiose domande” di un’Italia smarrita e lacerata dal dolore. E, forse, rispecchia anche la tensione personale di dover dire e raccontare qualcosa di diverso – che gettasse qualche sprazzo di lucein quella lunga colonna di sinistra del settimanale, improvvisamente diventata per me un banco di prova.

Roberto Alborghetti

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