“NESSUNO È CRETINO”: 20 ANNI FA LA SCOMPARSA DI ALDO AGAZZI,GRANDE PEDAGOGISTA


Vent’anni fa – era il 10 dicembre 2000 – moriva a Bergamo Aldo Agazzi, il grande pedagogista, alla scuole del quale sono cresciute generazioni di docenti, educatori e formatori. L’amara particolarità di questo 2020 ha forse impedito alla stessa città di Bergamo di fare memoria di un nome illustre, conosciuto a livello internazionale per gli straordinari studi sulla pedagogia e sulla didattica. Aldo Agazzi, per la grandezza del pensiero e per l’attualità delle sue intuizioni, oggi più che mai può ispirare lo stesso mondo educativo a ritrovare coraggio, motivazioni e ideali. Lo vogliamo ricordare attraverso quella che è stata la sua ultima testimonianza: il libro “Nessuno è cretino”,  titolo di un eccezionale documento che raccoglie una serie di colloqui tra il grande pedagogista e Roberto Alborghetti, pubblicato da Edizioni Progetto nel 2003. 

Nel libro – dal titolo provocatorio, ma espressione della fiducia che Agazzi riponeva nelle potenzialità e nelle risorse dell’essere umano -, il maestro del personalismo educativo passa in rassegna momenti di una vita dedicata all’educazione e alla cultura. E’ un lucido viaggio nella memoria tra fatti, esperienze, persone e personaggi che hanno segnato la storia dell’Italia contemporanea.

E’ un singolare documento che diventa autobiografia, non solo per raccontare un’esistenza, ma anche per capire i nostri giorni. Stimolato dalle domande di Roberto Alborghetti, Aldo Agazzi ripercorre le tappe principali della sua vita, ricorda il suo rapporto con grandi personalità (Papa Giovanni, La Pira, Paolo VI, Lazzati, Chizzolini, Carretto, Gementi). Tra gli argomenti affrontati nel libro: l’infanzia, l’educazione, le riforme della scuola, il personalismo, il sessantotto, la filosofia, le fiabe, i grandi autori classici. Ma si parla anche di Pinocchio, di pedagogia, di libertà e di letteratura. Da queste pagine, che consigliamo di leggere proprio per l’attualità del pensiero, esce il ritratto di un uomo, Aldo Agazzi, al quale la cultura, l’educazione e la scuola devono molto. Siamo lieti di pubblicare alcuni passaggi del primo capitolo del libro:  

UN’INFANZIA SENZA GIOCHI  

DAL PRIMO CAPITOLO DI “ALDO AGAZZI, NESSUNO E’ CRETINO”, DI ROBERTO ALBORGHETTI, EDIZIONI PROGETTO

– Professor Aldo Agazzi, che ricordi ha della sua infanzia? Quale era il contesto familiare nel quale ha maturato le sue scelte di vita? Per lei cosa hanno rappresentato gli anni dell’infanzia che sono ritenuti determinanti e fondamentali nella formazione della personalità, del carattere e delle attitudini?

Le mie sono origini popolari. Sono nato a Bergamo, in Città Alta, in via Tassis, di fronte al numero 10, dove allora erano ospitate le scuole elementari dette del “Seminarino”.  Mio papà si chiamava Santo, la mamma Odilia Benedetti. La mamma era casalinga, il papà tipografo presso l’Istituto Arti Grafiche di Bergamo. Sono di estrazione popolare, allevato – come si usava allora – in una famiglia numerosa: io sono il primo di sette figli, sei maschi ed una femmina.

 La mia infanzia! Io non ho avuto infanzia, nel senso che non ricordo di avere avuto possibilità di giocare, anche per il fatto che io ero il primogenito, e dunque ero caricato di tante responsabilità. Mia mamma, con tutti noi ragazzi, era terribile, severissima, rigida rigorosa. Ed io, essendo il primo figlio, dovevo contribuire in modo particolare alle faccende di casa: pulire, spolverare, lavare i panni e così via. Non conoscevo neppure cosa volesse dire la parola vacanze. Io non ho mai fatto le vacanze, perchè d’estate – finite le scuole – lavoravo come garzone. Ero il “piccolo” in una nota pellicceria, la Dolci, in via XX Settembre. Vi ho lavorato per diverse stagioni estive. Ricordo che portavo a casa cinque lire d’argento la settimana. Era il mio salario. Infanzia di sacrificio, la mia.

Dunque, una infanzia trascorsa tra la scuola ed una pesante primogenitura. Ma in quelle giornate non c’era qualche spiraglio di libertà, o qualche volo sulle ali dell’incanto?

  Le scuole elementari già allora erano obbligatorie per tutti. E quindi anch’io passai attraverso le cinque classi delle Elementari, la prima in via Tassis, in Città Alta, e le altre quattro in via Costantino Beltrami, in Colle Aperto.

   Su di me, essendo appunto il primogenito, non vi erano grandi aspettative. Mia mamma, mentre frequentavo la quarta elementare, pensava che in capo ad un anno sarei potuto già entrare allo stabilimento, mettermi subito a lavorare insomma. La sua grande aspirazione portava un nome, Istituto Arti Grafiche, dove lavoravano mio papà ed anche un mio zio, Edgardo. Mio padre era stampatore, lo zio era tipografo compositore. A dir la verità, io la tipografia la conoscevo molto bene perché solitamente, al mattino o nel pomeriggio, portavo da mangiare a mio padre, e dunque i vari settori della stamperia mi erano familiari… Poi mio papà aveva la passione del canto, era tenore nel Coro della Cappella di Santa  Maria Maggiore, e cantava pure nei cori che animavano le stagioni liriche del Teatro Donizetti.

 – Dunque suo papà le ha comunicato quello che è il piacere della musica, dell’ascolto, della poesia delle sette note…

   Indubbiamente. Durante le pause di lavoro, mio padre trovava il tempo di partecipare alle prove dei concerti. Io lo seguivo al Teatro Donizetti, mi piaceva sentirlo cantare nella Traviata, nel Trovatore o nel Rigoletto. Io mi recavo alle Arti Grafiche a portargli il pentolino,  lui mangiava svelto svelto, poi si andava alle prove di canto, e subito dopo tornava allo stabilimento. Non so per quanti anni questa spola tra pentolino-tipografia-teatro. In un angolo del loggione del Donizetti – ma prima ancora del Sociale – sono stato allenato all’ascolto della musica. Mi riempivo di musica e di melodramma.

 – Parliamo delle sue giornate scolastiche. C’è stato qualche maestro, qualche insegnante, che ancora oggi ricorda con particolare affetto?

  Questa è una domanda molto opportuna, molto intelligente. Sono infatti convinto che, nella vita, non c’è bisogno di avere avuto molti maestri o professori di valore. Ne basta tutto sommato anche uno, basta che lasci il segno, però.

  Sì, io ho avuto anche alcuni buoni maestri, erano coscienziosi, seri. Ad esempio, in quarta ed in quinta elementare avevo avuto il maestro Doneda od il maestro Morali di Città Alta. Ma in sesta ho avuto la fortuna di avere un insegnante del quale conservo un vivissimo ricordo. Era il maestro Franchini. Era fatto un po’ a modo suo. Tutti i giorni una poesia o una prosa da mandare a memoria. Sì, tutti i giorni, ed  erano composizioni di grande importanza.

Il Franchini era uno che veniva dal vecchio ginnasio, quindi liriche a tutta birra, poeti a go-go. Ma non solo. Ho imparato a memoria, dalla prima all’ultima parola, lo Statuto Albertino, “…la religione cattolica e apostolica romana è la sola religione dello Stato gli altri culti o resistenti sono tollerati…. La persona del re è sacra e violabile…” e così via. Tutto lo Statuto.  E’ stato un grande esercizio della memoria, che poi mi è rimasto dentro e che mi ha aiutato, lungo tutta la vita. Per dire, quando seguivo una conferenza, ero poi capace di ripetere l’intervento dall’inizio alla fine… Quegli esercizi voluti dal maestro Franchini  mi avevano aiutato a strutturare la capacità mnemonica in una maniera incredibile, impensabile.

    Ed anche adesso, che ho superato i novant’anni, continuo a beneficiarne. Recentemente ho tenuto due conferenze; ebbene, senza il minimo sforzo, mi sono ritrovato a tirar fuori citazioni di canzoni, di sonetti e di lettere di Torquato Tasso. Li avevo letti da ragazzo, una volta sola, ma evidentemente la mia memoria – dopo tutti quegli allenamenti – aveva saputo registrarli.

Ma oggi, a scuola, non so quanti sono gli insegnanti che invitano gli allievi ad eseguire l’esercizio di “mandare a memoria”, che so, “Il passero solitario” o una poesia di Neruda o di Quasimodo…

  Ed è una grande lacuna, perché effettivamente – nell’allenare la memoria – si costruisce un patrimonio che noi porteremo sempre dentro di noi, che  sarà sempre a nostra disposizione, che ci darà la possibilità di nuovi ed ulteriori arricchimenti.  

Ma ritorniamo al maestro Franchini, alla sua famiglia, ai  giorni della sua infanzia…

  Dunque, il maestro Franchini. Aveva una mentalità laica, io sono sicuro che era anche massone. Era serio, esigente, terribile. Il tipo giusto per guidare una classe sesta costituita da sessanta alunni. Mi ricordo ancora la struttura dell’aula, a sinistra c’era una fila di venti ragazzi, altrettanti nella fila centrale – dove mi trovavo io -, altri venti nella terza fila, a destra. In tutto, sessanta. Eravamo in tanti. Erano le mega classi di allora, nessun paragone con quelle di oggi. Ma tutto, a quell’epoca, era diverso. Anche in famiglia. I nostri genitori non ti venivano incontro con lo zuccherino! Mia mamma – e lo dico oggi sorridendo – di solito era specialista nell’amministrare due sacramenti, il Battesimo e la Cresima, nel senso metaforico che, se combinavamo qualche marachella, non se ne stava mai con le mani in mano…

Sì, mia madre rappresentava l’idea della disciplina, certo, anche con mio padre non si poteva scherzare, però lui era tutto sommato più accomodante, lasciava anche correre, forse perché sapeva che c’era già chi stava ricoprendo anche la sua parte. Questi i principali ricordi della mia infanzia. Ripeto, un’infanzia senza giochi.

Sarà forse anche per questo che lei poi dedicherà studi e riflessioni proprio al gioco?

  Il gioco è decisivo nello sviluppo del bambino. Ed ovviamente non è soltanto Agazzi a sostenerlo. Basti pensare al saggio “Homo ludens” dell’Huizinga, ormai un classico, per non parlare de “L’educazione dell’uomo” di Froebel o del grandissimo Kant con la sua “Indagine sul gioco e sul bello”, perché c’è una stretta parentela tra  il gioco ed il bello, tra estetica, arte e creatività, 

–  Emmanuel Kant è un nome citatissimo nei suoi saggi e studi…

Sì, è uno dei miei autori preferiti, lo collocherei al terzo posto di una ipotetica mia classifica di gradimento. Al primo metterei Platone, seguito da Sant’Agostino. In un profilo che il mio discepolo Giambattista Vico volle dedicarmi su una rivista per il mio novantesimo compleanno, sono ricordati proprio questi tre nomi, Platone, Sant’ Agostino e Kant, affiancati da Pascal. Tutte figure fondamentali per la mia formazione. Scrive tra l’altro Vico: “Il canto del dovere e dell’imperativo categorico hanno spinto Agazzi a maturare assai precocemente una propria attitudine di fondo anche nell’intuire problematiche educative e nel farne sintesi in un armonico connubio tra componenti filosofiche e pedagogiche accentuando altresì con gli anni e a contatto con i grandi temi della scuola media dell’istruzione obbligatoria l’interesse per le problematiche psicologiche, sociologiche e mediche…”

  • Roberto Alborghetti, ALDO AGAZZI, NESSUNO È CRETINO, Edizioni Progetto, 2003

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