“UNA VITA DA BURATTINAIO”: TRENT’ANNI FA LA SCOMPARSA DI BENEDETTO RAVASIO


Trent’anni fa, proprio in questi giorni di fine anno, se ne andava uno dei più grandi burattinai italiani, un vero artista del teatro di figura: Benedetto Ravasio. Vogliamo ricordare questo straordinario personaggio attraverso alcune immagini del volume che ne racconta la biografia – “Una vita da burattinaio”, scritto da Roberto Alborghetti, Ferrari Editrice, 1986, non più disponibile in quanto esaurito – e alcune parti dell’articolo che, a firma dello stesso Alborghetti, venne pubblicato su L’Eco di Bergamo all’indomani della morte del geniale artista bergamasco al quale oggi è intitolata una Fondazione che lavora nel campo dell’animazione culturale e teatrale.       

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Su colui che era considerato come l’ultimo grande burattinaio della tradizione bergamasca, è calato l’implacabile sipario. Benedetto Ravasio non reciterà più dietro il “pancione” della sua baracca, incantando ragazzi ed adulti, imbrigliandone i sogni con le trame di storie fantastiche .Ora, il burattinaio Ravasio si è spinto oltre i fondali del teatrino, inoltrandosi in quella dimensione del mistero che egli stesso avvertiva come inequivocabile presenza, come punto di raccordo finale ed eguale per noi  uomini afflitti da differenze, separazioni, discriminazioni.

Ravasio, prima ancora che come burattinaio e come artista, sarà  ricordato come un uomo buono, generoso  ed umile che riuscì nella non facile impresa di trasformare una forma “povera” di spettacolo – quali erano le rappresentazioni dei burattini – in un’arte popolare, nobilitando la stessa tradizione delle “teste di legno” e portandola in salvo dai flutti dei mutamenti degli ultimi decenni, quando la travolgente avanzata dell’intrattenimento elettronico rischiava  di minare l’esistenza della baracca.

Benedetto Ravasio, in settantacinque anni di vita, ha fatto sognare la sua e le successive generazioni. La sua stessa vita, forse, fu un sogno avventuroso. Nato a Bonate Sotto il 28 luglio del 1915, Benedetto – chiamato cosìquale omaggio a Papa Benedetto XV,salito al soglio pontificio nell’anno precedente – era il secondo di dodici figli. Fu soprattutto da papà Annibale – un fornaio che  si dilettava nella musica e nella pittura – che egli apprese da piccolo le prime rudimentali forme della  creatività. E poi,furono gli spettacoli di piazza – con il rutilante mondo dei Carri di Tespi,dei circhi,dei saltimbanchi e dei burattinai – a scatenare nel cuore del giovanissimo Ravasio  indoli ed attitudini.

Sono proprio le “teste di legno” – acquistate per due lire l’una presso un negozio di XX Settembre a Bergamo – a costituire la materia prima per i giochi d’infanzia. Benedetto Ravasio, fin da ragazzo, prende le misure, per cosìdire, di un mestiere che ,più tardi,diventerà la sua sola ed unica occupazione lavorativa: è questo uno degli aspetti fondamentali che distingueranno Ravasio dagli altri burattinai ,i quali si occultavano dietro i velari dei teatrini spinti più dalla fame o dal desiderio di avventura che dalla “vis” artistica. Egli sarà sempre fedele alle intuizioni avute in giovanissima età. E progetterà le scelte fondamentali della vita – anche a fronte di comprensibili… perplessità  familiari –  sull’onda di una inquietudine creativa che lo spingerà ad esplorare i territori “magici” degli spettacoli viaggianti.

 Nemmeno quando mise  su famiglia  – Ravasio si unìin matrimonio  con la moglie Pina il 21 aprile 1938  – Benedetto rinunciò alle scelte originarie. Anzi,con l’aiuto della consorte  – la quale condividerà per oltre cinquant’anni le vicende, spesso disagevoli, ma sempre straordinarie, della vita “in baracca” – gli spettacoli di Casa Ravasio. Perfino negli anni duri e turbolenti del secondo conflitto mondiale, il burattinaio di Bonate Sotto trovo’ il modo,tra i commilitoni del reparto Sussistenza di una caserma della Bassa Padana – presso la quale egli prestava servizio militare –  di stemperare con un sorriso (e qualche recita) il clima di piombo di quelle lunghe giornate .

 Poi, passata la guerra, superate indenne le prove, non prive di esperienze amare, dell’occupazione nazista – Ravasio fu in forza alla “Caproni” di Ponte S.Pietro,addetto al recupero ed alla riparazione degli aerei “Stukas” – ecco finalmente schiudersi la prospettiva tanto sognata. Benedetto ,grazie a ventinove burattini  – acquistati da un certo Minossi grazie ad un prestito di don Paleni, allora parroco  di Bonate  – apre il sipario della sua fantastica baracca. Il debutto cittadino avvenne nella sala dell’Albergo Caironi, in via Torretta.Tra il pubblico vi era colui che Ravasio considererà sempre come il proprio impareggiabile maestro, ossia Luigi Nespoli, burattinaio che aveva lavorato alla Casa reale di Monza.

Vita non facile, comunque, quella del burattinaio  Ravasio, oltretutto se a casa c’erano le otto bocche dei figli da sfamare. Agli exploit degli anni del primo dopoguerra si alternò la crisi degli anni Cinquanta e  Sessanta, quando l’avvento del cinematografo, della tivù e, più in generale, di un nuovo modello di vita, fece precipitare le “teste di legno” nel baratro dell’indifferenza. Gli stenti si succedevano agli stenti : è lo stesso Ravasio ad offrire una lettura realistica, ma mai disperata, di quei drammatici anni in quella “Vita da burattinaio” (pubblicata nel 1986 da Ferrari di Clusone) che è la sua autobiografia di artista e di uomo.

Artista completo  – egli infatti  scolpiva le  teste di legno, dipingeva le scenografie, stendeva la sceneggiatura delle sue commedie ed era violinista – Ravasio si impose quale innovatore di un genere di intrattenimento che sembrava condannato alla polvere dell’oblìo. Innestandosi nel solco della tradizione popolare  più genuina, egli riuscìa riattualizzare e a rivitalizzare il fascinoso mondo del teatrino dei burattini,realizzando una vera e propria operazione culturale che solamente gli anni a venire potranno definire nei suoi molteplici aspetti.

Ora, le luci della  baracca si sono spente. Non rivedremo più, dietro il velario del “pancione”, il burattinaio dai capelli fluenti e dal cordialissimo  sorriso  che nemmeno le acute sofferenze degli ultimi sette anni erano riuscite a piallare. Anzi, proprio in questi ultimi tempi Ravasio  – il quale spesso si chiedeva :”Ci sarà qualcuno che vorrà giocarsi il domani “facendo ballare” le teste di legno?” – progettava, fantasticava, immaginava.

 Ma il testamento più bello lasciato da questo indimenticabile burattinaio –  al quale un giorno  un bambino, scattato in piedi in mezzo al pubblico, urlò : “Uomo, sei grande!” –  giace nello scantinato della  casa di via Battisti, a Bonate Sotto. Poco  prima di Natale – forse presagendo che nei giorni successivi egli  non sarebbe più riuscito, per il dolore, a levarsi dal letto – Benedetto Ravasio aveva dato l’ultimo tocco di pennello ad un nuovo teatrino dai drappi rossi e verdi. “Ci servirà per le prossime rappresentazioni”, confidò con voce tremolante alla moglie Pina, consegnandole la baracca nuova fiammante. Un ultimo bellissimo dono, non solo per i familiari, ma anche per noi che piangiamo la bontà di un uomo meritevole di più di un grazie per le ore serene che ci ha regalato.

Roberto Alborghetti

L’Eco di Bergamo, 2 gennaio 1991

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