DATI INVALSI IMPIETOSI: CON LA DAD, MAI COSÌ IN BASSO L’APPRENDIMENTO. E ORA?


Sta crescendo una sorta di regressione nel ben-essere psicofisico di bambini e ragazzi. Si parla già di un boom di diagnosi DSA.

Impietosi. E anche drammatici, per certi aspetti. I risultati Invalsi, pochi giorni fa, sono arrivati a certificare, qualora ve ne fosse bisogno, le difficoltà di un anno e mezzo in cui la scuola italiana è passata sotto il rullo compressore della pandemia. E, soprattutto, della cosiddetta “didattica a distanza”, termine orribile già per se stesso, come abbiamo sempre avuto modo di dire e rilevare. Siccome le parole contano, valgono e hanno sempre un senso, ecco che anche i vituperati Invalsi servono sul piatto una realtà facilmente prevedibile, peraltro in linea con i precedenti studi Ocse-Pisa, da sempre severissimi nel valutare il livello di apprendimento (basso) della nostra popolazione scolastica, soprattutto per quanto concerne la comprensione dei concetti e dei termini linguistici.

Si può dire che la Dad (acronimo che in inglese vuol dire papà) abbia dato “paternità” ad un vero e proprio colpo di grazia al nostro sistema scolastico, inchiodando alle responsabilità chi gestisce i destini dell’istruzione del nostro Belpaese. Se le cifre hanno un valore, esse ci dicono che due quattordicenni su cinque (con punte del 50-60 per cento al Sud) dopo le vacanze estive accederanno alla prima classe della Secondaria di secondo grado con le competenze di chi ha frequentato la quinta elementare

Peggio capita ai teen ager che hanno appena conquistato la soglia della cosiddetta maturità: quasi uno su due è fermo a un livello da terza media, al massimo della prima superiore. Insomma, un vero e proprio crollo del livello dell’apprendimento che coinvolge soprattutto le scuole superiori, rimaste al chiuso e “a distanza” dalle aule scolastiche per troppo tempo. Che ciò sia dovuto alla Dad è purtroppo confermato dai risultati riscontrati proprio nelle due aree regionali – Puglia e Campania – dove le porte degli istituti superiori sono state sbarrate più a lungo.    

Qualcuno potrà criticare l’Invalsi nella sua metodologia e nella sua “utilità” – ed è bene sempre interrogarci sull’efficacia delle prove standardizzate, distribuite a pioggia, senza considerare le diversità, anche territoriali – ma questa volta il dato della ricerca conferma e certifica un quadro complessivo ampiamente previsto. Resta ora da chiederci che tipo di lezione se ne potrà trarre, al di là delle vesti stracciate esibite su qualche giornale o di azioni scopertamente difensive già messe in atto dal sistema stesso. Eppure, dad o non dad, ci sarebbe una sola ed unica domanda da farsi: abbiamo considerato il bene dei ragazzi, degli allievi, degli studenti? In più occasioni, qui sulle pagine di Okay!, abbiamo pubblicato quanto stava emergendo in superficie in questo anno e mezzo di pandemia.

Anche in questi mesi, come documentato da studi ed osservazioni da parte di operatori del settore (pediatri, psicologi, pedagogisti), è cresciuta una sorta di regressione nel ben-essere psicofisico di bambini e ragazzi. Si parla già di “un boom di diagnosi di DSA”, con un aumento esponenziale di fobia sociale, ansia, panico, terrori, cadute sul piano relazionale, emotività appiattita, vivacità spenta.

Sì, con la pandemia e la dad è andato in frantumi un sistema che si reggeva sull’idea che la testa va sempre e comunque riempita, obbedendo pedissequamente ai cosiddetti  “programmi scolastici”: è dal 2004 che i fantomatici programmi sono stati sostituiti (nella primaria e nella secondaria di primo grado) da indicazioni nazionali, che non impongono più temi, ma dovrebbero modellare percorsi formativi.  

L’apprendimento non può essere assolto e garantito dal fatto di stare ore ed ore fermi davanti ad un computer, come se dallo schermo potesse arrivare il flusso del sapere. Siamo esseri “social” (sociali) e non “dis-social”, se mi è consentita l’autocitazione del titolo di un mio libro che segnala proprio le problematiche dovute all’eccessiva esposizione tecno-digitale da parte di bambini e ragazzi.

La testa, la mente, la persona (e la personalità) si formano e si costituiscono nella relazione, nell’interscambio di esperienze, nello stare insieme, nel discutere e nel dialogare, con i propri pari – evviva la peer education! – e con chi ci guida nella scoperta della conoscenza. Come diceva il filosofo, scrittore e politico francese Michel Eyquem de Montaigne (1533-1592) “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Lo scriveva 400 anni or sono, ma il concetto è valido anche e soprattutto quest’oggi.  

R.A.

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